giovedì, aprile 13
famelica di nervi, di quelli tesi, da occhi spalancati, da gambe rigide. negli scaffali qualcosa di carnale per rimporre il sempre, l'ora. le dita graffiate da parole, la bocca amara di verità. ispirazione vola alta, oltre me, tra pesci d'argento.i capelli ora viola, in tutto il suo misticismo evanescente. piccola come la stima, piccola come (l'atlantide). da prendere in campana di vetro, da guardarla venir fragile, soffiarle dentro il cuore. i parati avvampano, le pareti in briciole, le fondamenta brulicano. il suo corpo ricettacolo, appiglio mancato. dalla terra aperta i fiori morti di me palpitano. marea invade, nera inchiostro dalla sua bocca incisa. lacrime bluastre.
giovedì, aprile 13
la moglie di polonio ha il potere. nelle sue mani la pace è in frantumi. chiude le dita, non se ne cura, bluffa. gli occhi fuori, celebra gli psicofarmaci che la fanno lucida di furore. eppure piange, a volte, negli angoli di pieno sole. declama la solitudine del suo confinante martirio. accusa chi non può fare, ne mangia le orecchie, poi me.
giovedì, aprile 13
polonio mastica i suoi mantra nell'astinenza. abbandonato da nicotina affila la lingua. dal suo posto uggioso istilla l'ira indotta. fuma il male che fa. corona di edera parassita la mia testa sotto il suo piede. sorrido, spille da balia conficcate in faccia.
giovedì, aprile 13
buio. cercare l'attimo, la scintilla. il ritorno, qualcosa che uccide a distanza, malinconia morbida. le mani in ansia, un esercizio da riprendere, la grazia coperta di ruggine. tempo minimo che sa devastare. mente allibita scava tra pezzi passati. qualcosa da dire. qualcosa da sputare chè fromicola sangue. rabbia del silenzio, l'incapace che arranca, ora. solitudine gira di spalle, offre il collo grigio, la sua pelle cruenta trasluce. non vedo che riflessi. piccola tra lancette di orologio, saltello, salvo la testa.