venerdì, settembre 28
il freddo sale dai piedi, pigro. la testa ancora nel sonno torbido di un sogno di commiserevoli preoccupazioni. le dita risentono del freddo e del pigro, un autunno da buttare, sfregando le dita sulle lettere fredde e nere di un tempo malpagato. tangibile amarezza aleggia intorno, umano troppo umano, terreno, a tratti, mortale in ogni manifestazione di supremo spirito. il pensiero si ferma alla soglia dell'immenso filosofico, incomprensibile, inafferabile, le braccia troppo pesanti per tentare caccia alle farfalle. poesie sussurrate da petali maledetti nobilitano l'essenza dei miei giorni da contare. e conto con pensieri isterici e gastrici, nient'altro in fondo. una vita a guardarsi i piedi sporchi.
giovedì, settembre 27
pomodoro marcio. disgustoso, dolciastro. lo stomaco si arrotola e ricordi di infanzia. mia madre lava un grembiule cerato dopo un turno di notte al pomodorificio. ho 8 anni. è estate. la cucina è calda, l'odore del sapone corrotto dal pomodoro, acqua rossiccia, mia madre piange. io che lavo i piatti in un giorno di lutto. guardo le gocce cadere dalle dita di gomma. voce di dottore dice di non piangere. mia madre piange. lo stomaco si arrotola.
giovedì, settembre 27
l'acqua che si increspa e l'abisso che sorge. le dita dei morti scivolano dalle dita dove il salice ha ceduto. nessun vestito si gonfia, non si va a fondo, tutto troppo torbido. un torbido solido di sconforto. la stanchezza maciulla il mio umore nero, pigro, fatalista. rimesta timori distanti, li guardo con disinteresse da entomologo. mi chiedo se orgoglio sopravviverà, è una scimmia che perde la testa. mi chiedo se sopravviverò, fin qui tutto bene. fin qui tutto bene. è la storia di me che cado da un palazzo. quel che fa paura è la distanza.
giovedì, settembre 20
ira tira fuori le lacrime dai pugni, a pugni. le ricordo quanto il pianto sia immenso ora, più di lei. ha i miei capelli in bocca, li sputa, ne deglutisce altri. le guardo gli occhi, la pietà nel toglierli dalla testa mi rapisce in un attimo. gli occhi di ira ora miseri, così vicini. fin qui tutto bene. fin qui tutto bene. come se ci fosse un bene, per le viscere pronte a rompersi a terra. ira vaga per la casa, orgoglio le cede il passo, piccolo e misero nano di giardini marcescenti. orgoglio senza più nulla per cromare il suo fascino. il suo corpo malato è il mio, velenoso di colpe enciclopediche, da guardare, sfogliare, con la curiosità di una mente eletta. rimpiange i fuochi fatui capaci di divampare su corpi fertili, ridurre in cenere l'immenso della magia. rimpiange e io con lui, la sofferenza che nell'apatia brilla di gloria immensa droga le falene grasse dei pensieri.
mi siedo, stacco la spina, il cervello in una ciotola sfigola, le viscere in un'altra fumano schifo, ira torna in me che mi cibo dei suoi occhi saturi di...indescrivibile, vuota estasi. mentre tutto
martedì, settembre 11
il rumore di una chiave storta che cade mi ricorda la paura. vanità si manifesta in distorte fogge di megalomania incombente mentre il mio corpo cede al suo oro posticcio. fiori di capelli di morti. ricerco l'esistenza nel modo più vacuo, neppure dolore, riflesso, certezza tangibile del passaggio. fin qui tutto bene. fin qui tutto bene. recita orgoglio da un angolo lontano del soffitto. un ragno di rancore, lui. troppo ha detto senza ascolto. troppo ha pagato, il suo culto ora è l'esilio. mi agiro. una casa con le pareti nere. fin qui tutto bene.
giovedì, settembre 06
- lenta sale...
dapprima la domino e ci gioco, quando sono stufo apro gli occhi e scompare...mi dico giochiamo con una paranoia piccolina, e arricchiamola di elementi, manteniamola sospesa, precipitiamola, e così via, finchè t'accorgi che non ti riesce più di dimenticarla...da quanto tempo sono qui? dove sono gli altri? e il mio amorino, quella zoccola di raffaella com'è che non lasento?aprire, aprire gli occhi! macchè, non ci riesco, quanto buio, quanto soffro, quanti problemi! e poi? solo un leggero dondolio...
- lassù, lassù, guardate!
andrea pazienza