venerdì, marzo 28
il mal di testa irradiato di luce riflessa. la pioggia si infiltra nella mia stanza, sul letto in un sonno a occhi aperti, col fiato che fuma e i sensi all'erta, un senso di pericolo paranoico. lei avvelena il mio tè. lui l'ha detto. un pezzo di carta, una gru di carta che si sforma. la calligrafia si scioglie e il pensiero striscia sul ventre fino a essere polvere. polvere di cianuro nel tè, come zucchero, come cianuro, come zucchero. come pensieri spuri di spurio sentire, a fior di dita. e cerco rifugio nel calore, nel collo alto di un maglione in prestito. e il tempo mi rende peggiore del previsto, del prevedibile. vuota e lasciva, con la colpa ad avvelenare il sangue..
giovedì, marzo 13
mi sgretolo nel sonno per rinvenire con mal di testa di morse alle meningi..perchè rinvenire? la luce bianca svela le mie mani rattrappite. consumo le ultime forze col cibo, rigida sulla sedia, il piatto sulle ginocchia, le mani guantate, conto i morsi, conto i passi fuori da queste stanze. nell'attesa che non so dipanare sei il silenzio più rassicurante, sei l'assenza favorita, sei pensiero costante e senza margine di errore. dita tra i capelli a togliere incubi sempre nuovi, a galla nel tempo.
mercoledì, marzo 12
stesa sul letto, come ad asciugare. la luce a righe, dorata, si arriccia sulle tende e non sento niente. come altrove. un involucro vuoto da rimettere al suo posto, troppo ingombrante per lasciarlo in giro. una linea bianca tracciata tutto intorno, da riempire, con l'ultima posizione lì imposta. il letto sembra piegarsi, la stanza sembra piegarsi, sembro spezzarmi. insonorizzato il distacco mi prende alla sprovvista e il sonno arriva con intenti distinti e separati per le due metà. o forse no..nella compostezza delle mie interiora il sangue è agre e senza ritegno si sparge sulle lenzuola, è freddo addosso e una lieve sensazione di asfisia regna nella testa, nei ricordi senza fiato, col fiato sospeso sul filo dell'amnesia che taglia come forbice. tempo che scappa nell'assenza di coscienza, di decenza, lo misuro in gocce e coaguli: buona suicida da parole in croce.
martedì, marzo 11
urla per me. le mie: labbra di silenzio da spaccare coi denti. la moglie di polonio che sparisce, si consuma, una candela limata, nell'ingombrante persistenza della voce, dei gesti, sempre gli stessi, un mantra senza fine, un filo coi due capi legati. troppe libbre di carne, troppe, tutte insieme, sparite, una nudità cerea che non so trovare nei ricordi. troppe libbre di colpe da spartire mentre il diaframma continua il suo confulso galleggiare, un singulto che non lascia aria per il pensiero. fuga, ancora, per le scale che hanno visto la scomposta morte della mia giornata. in punta di passi, ogni suono assorbito, ogni suono amplificato nella fatica di ogni singolo respiro. un drappo di me cade dal terzo piano, la storia della genesi in ogni morso di mela ritrova il suo originario sapore. e ho di nuovo sette anni e sono di nuovo così immemore dalla morte, mentre la vita si sfilaccia, una parte di me cade. guardo giù, nell'abisso di una notte senza ritorno, nel fondo di un buio pregnante. e non resta che respirare.
giovedì, marzo 06
scheggia di metallo nella carne, affondo, senza passare per la pelle, diretta a infettare. estirpami la verità e avrai dolore, dolore enfatizzato dal tono che vanità sa attribuire alle sensazioni. eppure la morsa dei denti cerca di chiudersi in altro dolore per non urlare, eppure cerca carne, altra ancora, una ciotola di frattaglie ai piedi del letto. una morta con al capezzale nient'altro che sfigurati rimpianti. o forse no..
martedì, marzo 04
un pensiero al micronde. qualcosa di rovente al centro che non so come afferrare. e a volte - l'unico modo di averlo - è sedere e scrivere. a volte è solo questo, sedere, scrivere. nell'attesa - del tempo - che passa. e scintille di vita ballano sul soffitto, le sento crepitare, più forte di notte, quando non so come, se, perchè dormire. e ora che nel dinamismo dell'acqua sono così immobile da polverizzarmi sono oltre. con altri occhi vedo l'acqua catturarmi come una rete e farmi sentire così inadeguata..
solo qui a sedere, a scrivere, con le dita torturate dall'ansia, con la schiena contorta in una piega così innaturale a rovistare in una scatola di fili e desdemona ha ragione, il pavimento è troppo freddo per me che così graziosamente so galleggiare..